Cardinal Fiorenzo Angelini

 

Per l'anniversario della morte di Jérôme Lejeune, aprile 2004

PONTIFICIA ACADEMIA PRO VITA, X Anniversario di fondazione (11.02.1994)

Card. Angelini, Presidente Emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale della Salute

 


LA FIGURA MORALE ET SPIRITUALE DEL PROF. JEROME LEJEUNE

‘Consummatus in brevi, explevit tempora multa’ Sap 4, 13

Non è la prima volta che ho l’opportunità di parlare del carissimo ed indimenticabile Prof. Jérome Lejeune, che le circostanze della vita,  ma soprattutto la Provvidenza, mi hanno fatto incontrare ed hanno messo al mio fianco, nel comune impegno, lui sul versante della scienza, io su quello della pastorale sanitaria, per la difesa e la promozione della vita. Per tracciare, tuttavia, le linee ondamentali del suo profilo morale e spirituale, vanno tenuti presenti alcuni passaggi-chiave della sua carriera di ricercatore, di scienziato e, soprattutto di uomo e di credente. Mi limito all’essenziale, che considero strettamente legato alla sua figura morale e spirituale. Nel 1959, a soli 33 anni - in realtà, la scoperta risaliva a due anni prima - il prof. Lejeune, quando ancora la genetica non era una branca a se stante della medicina, pubblica la sua scoperta da allora nota come trisomia 21.

Immediatamente il suo nome si afferma sulla ribalta internazionale. Nel 1962 è nominato esperto di genetica umana presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità. È il primo ed unico scienziato francese a ricevere, nel1963, dalle mani del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy un premio prestigioso per le sue scoperte. Nel 1964 il prof. Lejeune è nominato direttore del Centro Nazionale della ricerca scientifica e, per lui, lo stesso anno, alla Facoltà di Medicina dell’Università di Parigi, viene creata la prima cattedra di Genetica fondamentale, di cui è nominato titolare.

La bufera si abbatte su di lui quando, nel 1970, in Francia, la proposta di Legge-Peyret prevede la soppressione dei nascituri dei quali sia riconosciuta l’esistenza di una embriopatia incurabile. Lui che, prima di ogni altro, grazie alla diagnostica prenatale, aveva potuto scoprire la trisomia 21 ed aprire un orizzonte di speranza per i suoi malati, costata con amarezza che proprio dalla diagnostica prenatale si prende motivo per sopprimere la vita. Consapevole che una sua chiara e forte presa di posizione lo avrebbe privato della prevedibile assegnazione del Premio Nobel per la Medicina e dei contributi per le sue ricerche, non rinuncia a prendere una posizione che gli procura accuse, minacce ed anche amare umiliazioni. A Parigi appaiono scritte che dicono "Lejeune assassino. Bisogna uccidere Lejeune e i suoi piccoli mostri". Si capisce perché la figlia Clara scriva: "Credetemi, tutto questo ci fece uscire bruscamente dall’infanzia. Sono cose difficili da dimenticare. E non erano solo parole. A ciascun incontro veniva aggredito, spesso persino fisicamente".

È in quel periodo che il prof. Lejeune partecipa a New York a una conferenza internazionale sulla sanità e sulla salute promossa dall’Onu nella quale si affronta il tema dell’aborto con i soliti argomenti: morte di gestanti a causa degli aborti clandestini, necessità di sopprimere i nascituri malformati ecc. Resosi conto di essere solo a battersi contro ogni posizione negatrice della vita sin dal suo inizio, prende la parola per dire: "Ecco una istituzione della salute che si trasforma in una istituzione di morte". La sera stessa - come confida la figlia Clara nella splendida biografia sul padre -, il Prof. Lejeune, scrivendo come di consueto alla moglie, le confida: "Oggi pomeriggio, mi sono giocato il premio Nobel!". La coraggiosa posizione assunta da quella data  dal prof. Lejeune lo rende particolarmente noto nel mondo cattolico, anche se non tutti lo comprendono. Roma, però, nel 1974, lo nomina membro della Pontificia Accademia delle scienze, un organismo del quale non fanno parte soltanto cattolici, ma anche studiosi e scienziati di altre fedi religiose.

Fu in quegli anni che ebbi occasione di incontrare il prof. Lejeune e subito di lui mi colpirono le qualità morali e spirituali di cui dirò. Lo invitai nel 1984 a tenere, a Roma, una conferenza al corso annuale di Medicina e morale presso il Centro nazionale delle ricerche; il Corso era dedicato quell’anno al tema della "Mente Umana". Svolse l’argomento: "I malati di mente". Al termine della sua applaudita lezione, volle chiudere l’intervento con una delle sue celebri digressioni.

Aveva infatti il dono di guardare persino con occhi di poeta ai più grandi e complessi problemi di scienza. Disse: "Permettetemi di mostrarvi una riproduzione della Vergine con il Bambino di Giovanni Bellini. L’artista la dipinse all’età di 82 anni. Il tocco del pittore sembra esitante, come provato dall’età; tuttavia, questo quadro è il più bello del mondo. Anche la medicina è in età avanzata e da tempo è trepidante pur volendo arrivare al capolavoro sperato: restituire al bambino studiato nella sua intelligenza questa scintilla meravigliosa che è il sigillo dello spirito". Due anni più tardi, nel 1986, collaborò alla  preparazione del primo numero della rivista Dolentium hominum. Chiesa e Salute nel mondo, con un articolo dal titolo I medici davanti a Gesù’. In questo articolo, richiamando l’episodio della Visitazione di Maria alla parente Elisabetta e del trasalimento di Giovanni nel grembo materno, scriveva: "Al momento della Visitazione la forma di Gesù era incredibilmente piccola, qualche giorno soltanto, forse una settimana... Eppure Giovanni, il piccolo profeta, è vero, più grande di lui di sei mesi, al suo arrivo sussulta. Se i medici del nostro tempo rileggessero questo brano del Vangelo, comprenderebbero con il cuore che la scienza non li inganna quando, attraverso la ragione, li costringe  a riconoscere che l’Essere umano ha inizio al momento del concepimento".

Nel 1991, fui presente, accanto a lui, alla presentazione a Torino del volume, tradotto in italiano per mia iniziativa, L’enceinte concentraccionaire, dove si narra anche della vicenda di cui fu protagonista, al processo di Maryville, nel Tennessee, negli Stati Uniti, in difesa di embrioni cosiddetti soprannumerari per una fecondazione in vitro. Si trattava del primo processo, in materia di bioetica, di portata internazionale. La madre voleva salvare gli embrioni, che si ostinava a chiamare "i miei figli", mentre il marito ne voleva la soppressione. Il problema che si poneva al giudice era: "un embrione è un essere umano ?". Testimone principale citato dalla donna era il prof. Lejeune. Celebre il suo parere: "Se la madre chiama questi embrioni ‘i suoi figli’, il processo è chiuso.Vera madre è chi vuole la vita del figlio; l’ha detto Salomone una volta per tutte". In prima istanza il tribunale accolse la tesi del professor Lejeune.

Devo dire, comunque, che nel prof. Lejeune mi colpiva la forza con cui la sua difesa della vita dal concepimento fino al naturale tramonto si basava su argomenti razionali prima ancora che sulla sua fede di cristiano. E non è certo casuale che proprio nel 1984 egli ricevesse in Italia il Premio Feltrinelli dall’Accademia dei Lincei, della quale divenne Membro corrispondente.

Il 2 giugno 1992 il Santo Padre mi invitò a colazione e, in quella circostanza, mi disse che era sua intenzione creare una istituzione impegnata nella difesa e nella promozione della vita, della quale nominare presidente il prof. Lejeune. Aggiunse, anzi, di essere dispiaciuto di non aver nominato il prof Lejeune presidente della Pontificia Accademia delle scienze. Proposi al Santo Padre la creazione di una Pontificia Accademia come la Pontificia Accademia per le scienze sociali. Mi incaricò di preparare una bozza di Statuto, che presentai al card.Segretario di Stato Angelo Sodano il 1 dicembre 1993. Si deve al prof Lejeune l’idea e la stesura dell’Attestazione dei Servitori della vita, sottoscrivendo la quale, i membri dell’Accademia per la vita, scelti senza alcuna discriminazione religiosa o nazionale, si impegnano ad agire in conformità con il magistero della Chiesa. La proposta attinente alla suddetta Promessa o Attestazione di servizio alla vita, nella sua preparazione, incontrò qualche perplessità per il suo grande rigore.  Peraltro avevo contattato alcuni officiali della Congregazione per la Dottrina della Fede nonché il card. O’Connor, arcivescovo di New York, strenuo difensore della vita e fondatore della Congregazione di suore pro life. In realtà, l’Attestazione dei Servitori della Vita è in linea con il Giuramento di Ippocrate, ma soprattutto con la dottrina del magistero della Chiesa.

Questo il testo dell’Attestazione :

      Davanti a Dio e agli uomini, noi, Servitori della Vita, affermiamo che ogni membro della specie umana è una persona.
      La dedizione dovuta a ciascuno non dipende né dalla sua età né dall'infermità che potrebbe colpirlo. Dal suo concepimento agli ultimi istanti della vita è lo stesso essere umano che si sviluppa e muore.
      I diritti della persona sono assolutamente inalienabili. L'uovo fecondato, l'embrione, il feto non possono essere né donati né venduti. Non gli si può negare il diritto ad uno sviluppo progressivo nel seno della propria madre, né può essere sottoposto a qualsivoglia sfruttamento.
      Nessuna autorità, neppure quella del padre o della madre, può attentare alla sua vita. La manipolazione e la dissezione dell'embrione e del feto, l'aborto, l' eutanasia non possono essere atti di un Servitore della Vita.
      Affermiamo altresì che i semi della vita devono essere sempre protetti. Il genoma umano di cui ogni generazione è soltanto depositaria non può essere oggetto di speculazioni ideologiche e commerciali. La composizione del genoma umano è patrimonio di tutta l'umanità e pertanto non può essere oggetto di brevetto.
      Desiderosi di perpetuare la tradizione di Ippocrate e di conformare la nostra prassi all'insegnamento della Chiesa Cattolica, respingiamo ogni deliberato deterioramento del genoma, ogni sfruttamento di gameti e qualsiasi alterazione provocata delle funzioni riproduttive.
      Il sollievo della sofferenza e la guarigione della malattia, la salvaguardia della salute e la correzione delle tare ereditarie sono lo scopo del nostro lavoro, tenendo salvo il rispetto della dignità e della sacralità della persona.

  L’11 febbraio 1994 usciva il Motu proprio Vitae mysterium che istituiva la Pontificia Academia pro vita, avente "lo specifico compito di studiare, informare e formare circa i principali problemi di biomedicina e di diritto, relativi alla promozione e alla difesa della vita, soprattutto nel diretto rapporto che essi hanno con la morale cristiana e le direttive del magistero della Chiesa"

Il 25 febbraio successivo scrivevo al card. Segretario di Stato che il l marzo, in occasione della III Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli operatori sanitari, avrei presentato nella Sala Stampa Vaticana la nuova istituzione. Nel frattempo, mi fu consegnato, per spedirglielo, il Biglietto di nomina del prof. Lejeune a presidente della neo Accademia. Ritenni opportuno consegnarglielo di persona. Perciò, sabato 26 febbraio, insieme al Segretario del Dicastero della Pastorale per gli operatori sanitari, mons. José L. Redrado, mi recai a Parigi e consegnai al prof. Lejeune, già gravemente malato, il Biglietto. Lo ricevette con commozione e riconoscenza. Trentatre giorni dopo Lejeune moriva. Riferendosi alla nomina ricevuta, aveva detto: "Il Papa ha compiuto un gesto di speranza, nominando un moribondo... Muoio in servizio effettivo"

L’indomani della morte, avvenuta il giorno di Pasqua 1994, il Santo Padre Giovanni Paolo Il inviava al card. Jean-Marie Lustiger, arcivescovo di Parigi, un lungo messaggio, nel quale si legge tra l’altro: "In qualità di scienziato e biologo, egli era appassionato alla vita. Nel suo campo egli fu una delle più grandi autorità a livello mondiale... È diventato uno dei più grandi difensori della vita, specialmente della vita dei nascituri che, nella civiltà contemporanea, è spesso minacciata, tanto che si può pensare a una minaccia programmata... Lejeune ha pienamente assunto la particolare responsabilità dello scienziato, pronto a divenire segno di contraddizione, senza curarsi né delle pressioni esercitate dalla società permissiva né dell’ostracismo di cui era vittima. Ci troviamo di fronte alla morte di un grande cristiano del XX secolo, di un uomo per il quale la difesa della vita era divenuto un apostolato”. Tre anni più tardi, il 22 agosto 1997, nei giorni della Giornata mondiale della gioventù in Francia, il Santo Padre volle recarsi a pregare sulla tomba di Lejeune, che chiamava  "Frère Jérome". Al termine della preghiera, attorniato dalla famiglia del professore e da alcuni trisomici ai quali il prof. Lejeune aveva dedicato tutta la vita, il Papa disse: "Oggi ho realizzato uno dei miei desideri”.

Nel corso di uno dei Congressi iInternazionali annuali promossi dal Dicastero della Pastorale per gli operatori sanitari, che presiedevo, avevo presentato al fitto uditorio Lejeune come "cantore della vita". Il Congresso aveva per tema: “Il bambino è il futuro della società”. Era il novembre 1993 e Lejeune già sapeva della malattia che lo avrebbe portato in breve tempo alla morte. La sua concisa lezione preparata per l’occasione aveva per argomento: “Le frontiere della genetica”. Terminò il suo intervento con parole che, a oltre dieci anni di distanza, suonano una profezia. Disse: "È tempo che l’umanità si ricordi che la scienza è un albero che dona indifferentemente frutti buoni e frutti cattivi. Negli anni a venire, toccherà a noi scegliere se vorremo raccogliere i frutti buoni, tanto con la chirurgia che con i nuovi medicinali. O se, al contrario, lasceremo credere a questa generazione che l’uomo è maestro di vita. Di fronte alla potenza che diventa nostra e che cresce ogni giorno, poiché la tecnologia è cumulativa, ma la nostra saggezza non lo è, noi siamo obbligati, noi, gli uomini della scienza, ad affermare che non è la scienza a dettare la morale, essa ne è totalmente incapace. Ma è la morale che può impedire alla scienza di condurre gli uomini alla catastrofe. Allora si accoglie in sé questa rivelazione terribile, che nostro Signore stesso ci ha trasmesso - questo decreto  incomprensibile e che pur tuttavia salta agli occhi - questa decisione del Dio che ha fatto il cielo e la terra e ha nascosto tutte le cose ai sapienti, ma le ha rivelate ai piccoli". Trovo la definizione di ‘cantore della vita" la più esauriente e compiuta raffigurazione del Prof. Lejeune, nel senso che egli studio, amo e difese strenuamente la vita, poiche di essa aveva compreso, attraverso la ragione, la scienza e il cuore, illuminati dalla feda, l’altissimo valore morale e spirituale.

Tracciando il suo profilo il 26 novembre 1994 alla Pontificia Accademia per la Vita, ne indiviuai le caratteristiche nella semplicita delle spirito, nel candore morale, nell’umilta intelletuale, nello stupore del sapiente e del ricercatore davanti al miracolo della vita, nella felice sintesi di cuore e ragione e, infine, nell’entusiasmo che metteva nel suo lavoro.

Perché allora egli fu tanto combattuto ed anche in ambienti cattolici egli fu da tanti incompreso e persino ostacolato?  Sebbene fermissimo nel difendere le sue posizioni, Lejeune era notoriamente un uomo di pace, sempre sereno e cordiale, calmo e attentissimo alle ragioni di chi lo contrastava. Perché allora tanta ostilità nei suoi confronti, poi l’amara congiura del silenzio degli ambienti medico-scientifici?

Mi sia consentito alzare per un momento il velo sulla strettissima amicizia che mi legava al professor Lejeune e alla sua famiglia. Lo faccio esclusivamente per confermare l’oggettività di questo amaro rilievo. Saputo dell’invito rivoltomi a tracciare oggi l’elogio di suo marito, la signora Birthe Lejeune mi ha critto: "È con grande gioia che ho saputo che Lei farà all’Accademia l’elogio di Jérome. Lo trovo giusto, poiché senza il suo aiuto e la sua preziosa amicizia, egli non avrebbe avuto la notorietà ottenuta in tutto in mondo. Lei sa che, prima di conoscere Lei, egli era ostacolato ovunque, da parte dei medici cattolici e persino da parte dell’episcopato francese. Attraverso il suo saggio intervento, Lei è riuscito a fargli aprire le porte".

Ma torniamo al profilo morale e spirituale di Lejeune.Sin da quando lo conobbi da vicino, maturò in me il convincimento che il Prof. Lejeune, oltre che un grande scienziato e ricercatore, nonché esemplare medico, fosse un uomo di Dio, direi un santo.

La verità è che la santità, soprattutto in coloro che la vivono all’interno di una professione sommamente impegnativa, fa paura. Per un ricercatore, uno scienziato impegnato nella medicina che, per definizione, è scienza al servizio dell’uomo, informare interamente, quotidianamente, minuto per minuto e con rigorosa coerenza questa professione alla morale naturale e cristiana, cioè alla ragione illuminata dalla fede, richiede eroismo.

Un eroismo che in Lejeune fu tanto più edificante se si considera che era accompagnato dalla semplicità, dallo stupore, dalla gioia di servire la vita con piena dedizione e totale disinteresse e, contemporaneamente da una vita familiare esemplare, ritmata dalla preghiera quotidiana.

Quando per la sua difesa della vita sin dal concepimento, per la sua negazione perentoria dell’esistenza del pre-embrione Lejeune si trovò ad essere totalmente isolato ed accusato di integralismo, di pretesa di imporre la morale cattolica ecc., venne del tutto incompreso.

In realtà, la sua certezza sulla sacralità e intangibilità della vita sin dal suo inizio aveva innanzitutto radici scientifiche. Paradossalmente - come annota una sua biografia -egli giunse a dire che "se un giorno la Chiesa fosse arrivata ad ammettere la liceità dell’aborto, egli avrebbe abiurato la sua fede cattolica. Non si può dunque dire che fosse soltanto la sua fede religiosa a spingerlo in questa battaglia. Infatti, aggiungeva, è vero anche il contrario. Infatti, diceva, lo studioso di medicina il più materialista immaginabile è costretto ad ammettere che l’essere umano ha inizio al momento del concepimento, altrimenti finisce in un vicolo cieco [...] Non si difende nessuno contro una disgrazia, commettendo un crimine. Orbene, uccidere un nascituro, è semplicemente un omicidio. Lo sappiamo tutti: né un biologo né un legislatore possono affermare il contrario. Non si allevia la sofferenza di un essere umano uccidendo un altro essere umano. Quando la medicina abbandona questo principio, la medicina è finita [...] Non si può fare alcuna concessione in materia. Il precetto Non ucciderai, per noi significa Tu non potrai nuocere. Primum non nocere. E quale danno maggiore per il malato del sopprimerlo? Se si insiste tanto sul Giuramento di Ippocrate, è perché il malato sappia; che il medico non farà nulla per nuocergli. Altrimenti, come potrebbe il paziente aver fiducia nel medico?" (Jean-Marie Le Méné, Le professeur Lejeune, o.c., p.40.43-44.). Nè meno coraggioso e perentorio fu Lejeune contro l’introduzione dell’eutanasia, che - prendendo spunto dallo stesso termine - arrivò a definire - nel suo ultimo dei contributi alla rivista Dolentium hominum. Chiesa e salute nel mondo - "barbarie nazista". Parlando della medicina applicata ai meno fortunati dalla nascita - che egli chiamava "diseredati" - disse un giorno: "Se la natura, talvolta, condanna, compito della medicina non è quello di eseguire la sentenza, ma sempre quello di cercare di commutare la pena”.

La figlia Clara, con pochi tratti, descrive il terreno in cui il padre coltivava le sue straordinarie doti morali e spirituali. Narra che "egli aveva quella che una volta era chiamata la cultura della persona onesta. Sapeva leggere il greco e il latino, conosceva tutti i classici, apprezzava la cultura e la musica, si nutriva di filosofia e di teologia..., ma non considerava il sapere come un attributo del potere, ma come qualcosa da comunicare". Non cercò mai di arricchirsi. L’aver perduto l’opportunità di ottenere il Premio Nobel non lo turbò. Narra la figlia che un giorno, invitata con il marito nella villa di un grande professore in medicina che, grazie alla sua fama, aveva messo insieme una fortuna, accogliendola le disse: "Ho molta stima per suo padre, ma la differenza tra me e lui sta nel fatto che io vado all’ospedale su di una Ferrari, lui ci va in bicicletta!". Viveva infatti dignitosamente, ma con grande sobrietà, direi povertà.

Io credo che la grandezza della sua figura morale sia data dal fatto che il Prof. Lejeune non solo credeva nella vita, l’amava, la difendeva e promovueva, ma riusciva a farla amare anche da parte di coloro nati ‘diseredati’. Questa capacité di trasmettere l’amore alla vita gli derivava dalla sua profonda e intensa spiritualita cristiana.

Con un felice aforisma, la figlia Clara parla del padre come di "un uomo fuori del comune che, per convinzione, ha scelto un destino sconfitto in partenza; un pessimista il cui realismo era animato da una formidabile speranza”.Come tutti i grandi ingegni non poteva fare a meno di costatare la quotidiana sconfitta della morale sul piano individuale e sociale, ma come credente sostenuto dalla fede e dalla grazia nutriva una inesauribile speranza.

Il Prof. Lejeune era un cattolico praticante senza ostentazione. Tutti i giorni, dopo cena, riuniva la famiglia per la preghiera della sera : recita di un Padre nostro, di un Ave Maria, di un breve preghiera per i familiari defunti e, in chiusura, l’invocazione : ‘Signore, quarisci i nostri malati ‘. La domenica, con la famiglia, si recava a partecipare alla Messa e cantava nella corale della parrocchia. Questo comportamento, considerato dai figli « una lezione  di catechismo quotidiano molto pou efficace di qualsiasi parola o insegnamento » (Clara Lejeune, La vie est un bonheur, p.138-139) disegna un profilo spirituale che nel Prof. Lejeunenon si sovrappponeva, ma si affiancava alla sua inesausta fatica quotidiana di medico e di ricercatore.

Mons. Guérin, nell’omelia in occasione delle esequie a Notre-Dame, rivolto ai familiari, disse: "Voi avete certamente conosciuto molte volte l’Orto degli ulivi, dove la gioia di salvare si fonde con il pesante tributo che bisogna pagare per far passare un po’ di gioia, un po’ di speranza, un po’ di verità, un po’ d’amore”. (Ibidem, p.139)

Nel ricordato messaggio speciale in occasione della morte del prof. Lejeune, il Papa parla del particolare carisma del defunto", Precisando: "Si deve parlare di un carisma, perché il prof Lejeune ha sempre saputo fare uso della sua profonda conoscenza della vita e dei suoi segreti per il vero bene dell’uomo e dell’umanità, e solo per questo”.

E di possedere questo carisma Lejeune diede prova esemplare con la forza, la serenità, lo spirito cristiano con cui visse la sua non breve e dolorosissima malattia, accettando la chiamata di Dio, con la consapevolezza di aver dato ai "diseredati della terra", i bambini affetti da trisomia  21, non qualcosa o parte della propria vita, ma "tutta la vita". Per loro fu l’ultima raccomandazione ai figli. Raccomandazione raccolta prima con la nascita dell’Associazione amici del prof. Lejeune poi con la Fondazione che porta il suo nome.

Ricordandolo nell’aprile del 1994 su l’Osservatore Romano, titolai : Una vita per la vita. In questa altissima missione è anche il suo messaggio. Nel ricordo che feci del Prof. Lejeune all’Academia per la Vita pochi mesi dopo la morte, auspicavo che un giorno la Chiesa lo proponga all’ammirazione e all’imitazione di tutto il Popolo di Dio. Ritengo che la Pontificia Accademia per la Vita, promovendo questa Causa, compirebbe un servizio alla verità ed alla evangelizzazione, oltre che contribuire concretamente alla promozione del proprio prestigio.

Nel Prof. Lejeune -primo Presidente dell’Accademia per la Vita- si confermarono altissime le virtù : della fede dalle quale attinse il coraggio della sua aroica difesa della vita, anche a prezzo di straordinari sacrifici ; della speranza, perché ad essa affido la ricerca instancabile di ulteriori conquiste al servizio della vita, ; della carità, che esalto : -con la sua dedizione piena e gioiosa alla cura dei malati più deboli e indifesi ; - conall’amore per la propria famiglia , costruita e vissuta come autentica ‘chiesa domestica’ ; con il sostegno alla comunità scientifica alla quale diede moltissimo, senza nulla pretendere per sé.

L’impegno, soprattutto da parte dell’Accademia per la Vita, per far conoscere la figura del Prog. Lejeune risponde, io credo, anche ad un dovere che è insieme una riparazione. La sua strenua battaglia per la vita è la ragione per cui la sua figura, per motivi sin troppo, noti, è ignorata dal grande pubblico tenuto all’oscuro delle sue grandi scoperte sui primi istanti di vita dell’essere umano, sull’origine dell’uomo e sulla storia delle specie : scoperte che fanno di lui il padre delle genetica moderna. La sua figura di ricercatore e di scienziato si fonde con la sua figura di laico cristiano integrale, di uomo di scienza e di preghiera, di superamento di ogni ‘formalismo’ nella vita accademica e nelle vita sociale, di eccezionale spirito di sacrificio e di corente disinteresse.

Auspico che la celebrazione di questo decennale segni al proprio attivo l’impegno della Pontificia Accademia per la Vita per una rinnovata riflessione sulle origini di questa istituzione che ha nel suo Primo Presidente, il Prof. Jérôme Lejeune, una delle più insigni ed esemplari figure di scienziato e di fedele ‘figlio della Chiesa’ nella celebrazione, nella promozione e nella difesa della vita.

 
Cardinal Fiorenzo Angelini


Notes
(1) CLARA LEJEUNE, La vie est un bonheur. Jérôme Lejeune, mon père. Criterion,
Paris 19997, p. 66-67.
(2) L'expression fût particulièrement caustique à cause du jeu de mots en
anglais (Health=Santé'et Death=Mort). Ibidem, p. 58
(3) Ibidem, p. 58
(4) AA. VV. La mente umana. Corso di Medicina e morale a cura di F. ANGELINI,
XVI, Roma,Orizzonte Medico 1984, p.181-182.
(5) 1 (1986), n.1, p. Il. (6) Ibidem p. 12
(7) JEAN-MARIE LE MENE', Le Prof. Lejeune fondateur de la génétique
moderne. MarnE, Paris 1997, p. 140-141.
(8) Lettre apostolique Motu proprio Vitae Mysterium, n.4
(9) CLARA LEJEUNE, La vie est un bonheur... o.c., p. 134
(10) JEAN-MARIE LE MENE',Le Prof.Lejeune..., o.c., p. 156-157
(11) Ibidem, p. 159-160
(12) Cft Dolentium hominum. Chiesa e salute nel monda. 9 (1994), n.!, p. 46-47
(13) JEAN-MARIE LE MENE', O.c., p. 40, 43 et 44
(14) Cft Les frontières de la génétique, in Dolentium hominum. Église et santé
dans le monde. 1 (1992), n. 20, p.32.
(15) Ibidem, p. 41
(16) Ibidem, p. 15
(17) CLARA LEJEUNE o.c., p. 33-34.
(18) Ibidem, p. 41
(19) Ibidem, p. 138-139
(20) Ibidem, p. 139
(21) JEAN-MARIE LEMENE', O.c., p. 156
(22) «Je lui demande -écrit sa fille en parlant de l'imminence de la fin de son
père- s'il veut léguer quelque chose à ses petits malades, il me répond: -Non,
ce n'est pas par paresse, mais vois-tu je ne possède pas grand chose. Et puis,
je leur ai donné toute ma vie et ma vie, c'est tout ce que j'avais ». 0c, p.
153.